Greenpeace, sostanze tossiche sugli abiti sportivi
La denuncia dell'ultimo rapporto della campagna Detox. Nel mirino Nike e Adidas.
“Dagli scarichi tossici ai prodotti in vendita”. Il sottotitolo dell’ultimo rapporto di Greenpeace: “Panni sporchi” dice già tutto. L’ultimo capitolo di una lunga serie di analisi effettuate sui prodotti di largo consumo, rivela che anche gli abiti sportivi contengono sostanze tossiche, “pericolose per la salute e per l’ambiente”. Abiti, per di più, firmati da brand internazionali.
I marchi nel mirino
Nel mirino dell’organizzazione, che ha portato in laboratorio 78 articolo tra capi di abbigliamento e scarpe acquistati in 18 paesi tra cui l’Italia, marchi come Nike, Puma, Calvin Klein, H&M, Lacoste, Converse, Adidas.Innocente solo Gap
Di questi 52 sono risultati positivi al test sui nonilfenoli etossilati (NPE), appartenenti a tutte le marche. L’unica casa uscita “pulita” dal test è la Gap, i cui capi non hanno presentato alle analisi di laboratorio tracce della sostanza.Sostanze tossiche a basse concentrazioni
Sul fatto che ci siano conseguenze sull’uomo gli esperti di Greenpeace non hanno dubbi. I nonilfenoli etossilati sono un gruppo chimico molto vasto impiegato in vari processi industriali. Una volta rilasciati nell’ambiente degradano in una forma più pericolosa, il nonilfenolo, persistente nell’ambiente, bioaccumulante lungo la catena alimentare e tossico per gli organismi viventi. Questo composto è in grado di alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a concentrazioni molto basse ed è stato recentemente trovato in tessuti umani.Composti "sotto controllo"
Di recente l’Europa ha inserito nonilfenolo e nonilfenoli etossilati nella “Lista di composti tossici severamente limitati per l’importazione ed esportazione dalla Cina” (paese dove i composti sono molto utilizzati), il che equivale a dire che servirà uno speciale permesso per far valicare i confini a queste sostanze, anche se a oggi la produzione, l’uso e il rilascio di NP e NPE in Cina non è regolato da alcuna legge.Non solo dalla Cina
I risultati della ricerca indicano chiaramente che le sostanze incriminate sono state usate in qualche stadio del processo produttivo degli abiti analizzati. La provenienza è varia. Positivi al test sono risultati non solo gli indumenti fabbricati in Cina, ma anche quelli prodotti Bangladesh, Cambogia o Turchia.Fonte: ilsalvagente.it
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